Progetti Mammut
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Scheda sul progetto di Ilisu  (30.11.01)
GAP è l’acronimo con cui il governo turco identifica il Guney Anadolu Projesi, mastodontico progetto di sviluppo idrico infrastrutturale nel sud-est della Turchia del valore di 32 miliardi di dollari, che prevede la costruzione di 22 dighe e 19 impianti idroelettrici sui fiumi Tigri, Eufrate ed i loro affluenti e diverse strutture per lo sviluppo economico della regione.

A causa dei pesanti impatti ambientali e dei rischi di un possibile conflitto per l’acqua del Tigri e l’Eufrate nella regione connessi al faraonico progetto idrico, la Banca mondiale si è rifiutata di finanziare qualsiasi progetto del GAP sin dal 1984, nonostante sia uno dei finanziatori storici delle dighe degli ultimi 50 anni. Secondo le informazioni in possesso della Campagna per la riforma della Banca mondiale, inoltre, nel 1999 la Banca mondiale ha risposto negativamente alla richiesta del governo siriano a nome della lega araba di intervenire come mediatore tra Turchia e Siria riguardo agli accesi conflitti diplomatici sorti tra i due paesi per il controllo delle acque del Tigri e dell’Eufrate.

Infatti, attualmente sono in corso tra Turchia e Siria nuovi negoziati per la revisione dell’accordo provvisorio trilaterale del 1987 che includeva anche l’Iraq sulle acque dell’Eufrate; la recente intesa tra Turchia ed Israele per l’esportazione di acqua turca via mare rischia di far saltare ogni possibile intesa con il governo di Damasco. Secondo un’agenzia Reuters del 16 aprile 2000 il governo iracheno ha chiesto formalmente l’apertura di un negoziato al governo di Ankara con la presenza anche della Siria sul controllo delle acque dei fiumi Tigri ed Eufrate. Il ministro per l’irrigazione iracheno ha sollecitato la Turchia a “raggiungere un accordo con l’Iraq e la Siria per stabilire le quote di acqua che spettano a ciascuno stato”, paventando altrimenti gravi rischi per la stabilità dell’area. Secondo il rapporto iracheno “la costruzione delle dighe e di progetti sui fiumi Eufrate e Tigri ha prodotto danno …e provocato forti carenze d’acqua in Iraq. Tali grandi progetti turchi mettono l’Iraq in difficoltà”. L’Iraq ha sofferto una drammatica mancanza d’acqua e la conseguente carestia nel 1999 e nuovi problemi legati sempre alla mancanza d’acqua lo scorso anno.

E’ da ricordare come solo tre paesi si opposero tenacemente alla nascita della “UN Convention on Non-navigational Use of Transboundary Watercourses”, del 21 maggio 1997 ed entrata in vigore il 20 maggio 2000. Tra questi la Turchia che dichiarò come essa fosse in grado di gestire le relazioni internazionali su base bilaterale sia con la Siria che con l’Iraq. In violazione del diritto internazionale e della nuova Convenzione il governo turco ha ridotto i flussi d’acqua nella regione in periodi di crisi a partire dal 1991 come strumento di controllo politico.

Secondo le ricerche di un importante centro di studi strategici inglese lo UK Defense Forum, il progetto GAP, di cui Ilisu è parte integrante, rappresenta “one of the region’s most dangerous time bombs. The dispute has not erupted yet because the project has not yet reached its full potential…” ed inoltre “ a war between Turkey, Syria and/or Iraq would intevitably involve the UK in some capacity”… ed anche gli altri stati membri della NATO.

Lo UK Defense Forum conferma anche le preoccupazioni di molti osservatori secondo cui il progetto GAP ha una forte valenza strategico-militare per il conflitto in Kurdistan. Infatti, “an underlying motive of the project is to deny the Kurdish guerillas the environment in which they operate”. Ed inoltre, in una intervista a Channel 4, alcuni soldati turchi hanno ammesso l’importanza strategica di Ilisu: con l’innalzarsi delle acque del bacino di Ilisu, le vie di fuga per il PKK verso le montagne verrebbero interrotte.

Il recente rapporto della Central Intelligence Agency (CIA) americana “Global Trends 2015” sui nuovi rischi di instabilità politica a livello globale chiaramente riconosce che “Turkey is building new dams and irrigation projects on the Tigris and Euphrates Rivers, which will affect water flows into Syria and Iraq – two countries that will experience considerable population growth”.

Pertanto il sostegno a qualsiasi progetto del GAP, in particolare le dighe più grandi come quella di Ilisu, ha già avuto e potrà avere ulteriori gravi ripercussioni sulla stabilità politica e militare sia in Kurdistan che nell’intera regione, minando forse irrimediabilmente un già difficile processo di pace nella regione e contraddicendo gli impegni della Comunità internazionale per il rispetto dei diritti umani e culturali e lo sviluppo sostenibile.

Il completamento del recente progetto idroelettrico di Birecik sul fiume Eufrate vicino al confine siriano dimostra come, per ammissione dello stesso governo turco, grandi progetti infrastrutturali ormai possono essere realizzati in Turchia soltanto con finanziamenti interamente provenienti dall’estero all’interno degli schemi Build-Operate-and-Transfer. Quindi il ruolo delle agenzie di credito all’esportazione, come la SACE, per la realizzazione di tali progetti diventa sempre più nevralgico.

Purtroppo, anche nel caso di Birecik, quello che secondo le autorità turche doveva diventare il modello per i nuovi progetti del GAP in termini di minimizzazione degli impatti sociali ed ambientali si è tradotto nell’ennesimo disastro per le comunità locali, questa volta accompagnato dalla scomparsa sotto le acque del bacino dell’antichissima romana di Zeugma dell’80 a.C. di fronte all’impotenza della comunità internazionale.

IL PROGETTO IDROELETTRICO DI ILISU
L’impianto di Ilisu sarebbe il più grande impianto idroelettrico in Turchia e rappresenta una delle principali opere del GAP. Con una diga lunga 1.820 metri ed alta 135 metri situata sul fiume Tigri a 65 Km dal confine con la Siria e l’Iraq ed un bacino di 313 Km quadrati ed un volume massimo di 10,4 miliardi di metri cubi d’acqua, l’impianto di Ilisu avrà una potenza istallata di 1.200 MW per la produzione di 3.800 GWh l’anno di energia.

Il progetto, dal costo complessivo di 1,52 miliardi di dollari, senza includere i costi finanziari, fu inizialmente pensato come uno schema Build-Operate-and-Transfer finanziato e gestito interamente dal settore privato. Ma la gara pubblica di appalto non ebbe alcun vincitore in quanto non si presentò alcun concorrente. Quindi il ministero turco per l’energia assegnò l’appalto ad un consorzio internazionale capeggiato dalla svizzera Sulzer Hydro. Quindi la costruzione della diga è stata subappaltata a diverse compagnie europee, tra cui l’inglese Balfour Betty come capo-cordata, la svedese Skanska e l’italiana Impresilo, nonché a tre compagnie turche in quota minore. Gli impianti di generazione elettrica saranno forniti dalle svizzere ABB (recentemente diventata Alstom) e Sulzer Hydro.

I FINANZIATORI
Il progetto di Ilisu risulta tra i più controversi a causa dei pesanti impatti sociali, ambientali e culturali che porta con sé. Il progetto sarà possibile soltanto con il finanziamento della Union Bank of Switzerland e con la concessione delle garanzie finanziarie sulle operazioni e gli investimenti che sono state richieste alle agenzie di credito all’esportazione di Austria, Germania, Italia, Giappone, Portogallo, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti dalle compagnie coinvolte nel progetto. La svizzera ERG è l’unica che ha già accordato il suo sostegno nel 1998 con una garanzia di 470 milioni di franchi svizzeri per la forniture elettromeccaniche delle due compagnie svizzere nel progetto con la condizione che il reinsediamento avvenga nel rispetto degli standard internazionalmente riconosciuti e sia monitorato regolarmente da un meccanismo indipendente. La garanzia sarà ratificata soltanto quando il consorzio di Ilisu, il governo turco e le varie agenzie di credito coinvolte nel progetto avranno approvato ed istituito tale meccanismo.

Secondo le informazioni in possesso della Campagna per la riforma della Banca mondiale la SACE avrebbe già approvato tecnicamente all’inizio del 1999 la concessione di una garanzia a due imprese italiane, la Impregilo e la De Prettis, per il valore di 152 milioni di USD. Nel corso della riunione della V Commissione CIPE del 2 giugno 2000, il Ministro Piero Fassino ha chiesto lo stralcio dall’ordine del giorno della valutazione politica sulla concessione di garanzia sulla quale era stata inoltrata esplicita richiesta dalla SACE. Da allora il CIPE non ha ancora riesaminato la questione.

In una lettera personale alla Campagna per la riforma della Banca mondiale il Ministro degli Affari Esteri Lamberto Dini del 21 giugno 2000 ha sottolineato come “Le autorità italiane sono pienamente consapevoli delle implicazioni, di diverso segno, inerenti all’iniziativa in questione. Esse continuano a formare oggetto di considerazione e approfondimento. La necessità di ulteriori valutazioni ha condotto, tra l’altro, la V Commissione CIPE ad astenersi dall’assumere determinazioni in proposito.”

Dalle indagini della commissione industria e di quella sviluppo della Camera dei Comuni del Parlamento inglese dello scorso anno è emerso che per la prima volta nel caso di Ilisu le ACE coinvolte nel progetto hanno agito tramite un coordinamento informale a guida dell’agenzia inglese ECGD. Sin dalla fine del 1998 tutte le ACE hanno concordato sull’applicazione di quattro condizioni al governo turco per la concessione dei crediti e garanzie richieste dalla compagnie e inerenti il reinsediamento, la qualità dell’acqua a monte, il rilascio dell’acqua a valle e la salvezza delle ricchezze artistiche e culturali uniche dell’area di Ilisu.

Con grande sorpresa per gli investitori lo scorso settembre la compagnia svedese Skanska che possedeva il 24 per cento del consorzio di Ilisu si è ritirata dal progetto adducendo come motivazione i pesanti impatti sociali ed ambientali associati a questo. Come conseguenza la agenzia di credito svedese ha riconsiderato il suo interesse per Ilisu. A fronte delle richieste di chiarimenti del Coordinamento lombardo non governativo nord-sud, l’Impregilo S.p.A. ha confermato nei mesi scorsi la sua fiducia nel governo italiano affinché questo conceda la garanzia richiesta alla luce del riavvio di ottime relazioni diplomatiche e commerciali tra Italia e Turchia nel corso del 2000.

IMPATTI CULTURALI
Tra i numerosi e devastanti impatti del progetto vi sarà la scomparsa sotto le acque del bacino artificiale di Ilisu della città di Hasankeyf, antichissimo insediamento umano situato sul Tigri a circa 100 Km dal confine con la Siria e l’Iraq che è stato una delle capitali degli antichi regni dell’Anatolia ed esempio di pacifica coesistenza tra religioni diverse. La città, come la maggior parte dei luoghi che saranno impattati negativamente dal progetto, rappresenta un luogo culturalmente importante per l’etnia Kurda che abita in maggioranza la regione sud-est della Turchia. Pertanto il progetto rientrerebbe nella strategia del governo turco volta ad annullare l’identità culturale kurda, e quindi va considerato anche nei suoi aspetti più prettamente politici.

Secondo gli storici i primi insediamenti dell’antica Mesopotamia erano localizzati proprio ad Hasankeyf 10.000 anni fa. Vista la posizione strategica sul fiume Tigri, nel corso dei millenni si sono susseguite diverse civiltà nel controllo della città dove sono state realizzate numerose opere di estremo valore artistico e culturale. Inoltre, le caverne scavate nella pareti di roccia che costeggiano il fiume furono abitate fino agli anni ’60 quando le autorità le evacuarono con la forza in previsione dei futuri progetti di dighe. Qualche grotta è ancora abitata e ciò rappresenta l’aspetto più folcloristico dell’antica città per il singolare modello di vita che tali abitazioni permettono alle popolazioni che le abitano. Anche queste sarebbero sommerse dall’acqua, così come gran parte dei monumenti storici che caratterizzano la città. Tra questi chiese, moschee, tombe islamiche – ad Hasankeyf è sepolto il mitico sultano Suleymano nonché un discendente diretto di Maometto profondamente venerato in tutto il paese - che rappresentano l’enorme complessità dell’eredità culturale e religiosa lasciata in questa città da numerose civiltà: i bizantini, i romani, i sassanidi, gli abbassidi, i merwanidi, i selgiukidi, gli eubiani, e gli Ottomani più recentemente.

Ad Hasankeyf è stato riconosciuto lo status di protezione archeologica completa dal Ministero della Cultura turco il 14 aprile del 1978: secondo questo decreto la città deve essere protetta da qualsiasi impatto negativo in quanto è un unico corpo da preservare. Nonostante lo status speciale conferito alla città, archeologi internazionali hanno incontrato enormi problemi posti dalle autorità turche nella concessione dei permessi di scavo nell’area della città. Soltanto recentemente le autorità hanno reso noto che sin dal 1986 si sapeva della presenza sotto la parte bassa della città dei resti della mitica università di Kulliye del XIV secolo. Questi e tanti altri reperti ancora non riportati alla luce andrebbero persi per sempre se la diga di Ilisu sarà costruita, come confermato dalla recente tragedia occorsa a Birecik. Contro gli impatti archeologici e culturali del progetto si è levata lo scorso gennaio l’autorevole voce del World Archaeological Congress che ha richiesto al governo inglese di non finanziare il progetto. I più prestigiosi archeologi internazionali hanno infatti fatto presente come gli otto anni necessari alla costruzione della diga non permetterebbero di portare alla luce in ogni caso tutti i resti che giacciono nell’area di Hasankeyf, né risulta pensabile un intervento di rimozione di alcuni dei principali monumenti della città a causa della loro particolare struttura.

E’ utile richiamare l’attenzione sul fatto che la nuova legge di cooperazione italiana adottata nelle scorse settimane dal Senato il 29 settembre 1999 prevede tra gli obiettivi di cooperazione proprio la tutela e la promozione del patrimonio storico-culturale nei paesi destinatari dell’APS. (1) La cooperazione allo sviluppo è parte integrante della politica estera dell’Italia ed è finalizzata (…) f) alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale ed ambientale”. Concedere un credito all’esportazione per la diga di Ilisu contraddice tale obiettivo prioritario di politica estera considerando l’impatto devastante che un tale impianto avrà sulla cittadina di Hasankeyf.

RILASCIO DELL’ACQUA A VALLE
Fino ad oggi sono stati informalmente presentati piani di dighe alternativi a quelli di Ilisu che potrebbero permettere in parte la salvezza della città dalla sommersione. Fonti interne del ministero dell’acqua turco confermano che ogni piano alternativo a quello attuale trova la chiusura delle autorità del progetto: oltre ad un aumento dei costi un disegno diverso del progetto di Ilisu non consentirebbe un accumulo di acqua come quello a cui mirano gli ingegneri del GAP. Infatti, secondo quanto rivelato da alcuni ingegneri del ministero dell’acqua turco il progetto della diga di Ilisu è direttamente collegato a quello pianificato della diga di Cizre, che sorgerà vicino al confine turco-iracheno con fini soltanto irrigui. Quindi il bacino di Ilisu, che è stato disegnato in modo da avere il più grande invaso possibile data la morfologia dell’area, servirà da accumulo per l’acqua che servirà anche per l’irrigazione a valle, consentendo in questo modo di deviare gran parte delle acque del Tigri nei canali di irrigazione di Cizre.

I proponenti del progetto sostengono che più della metà dell’acqua del Tigri proviene da affluenti che non sono interessati dalla diga di Ilisu, dimenticando che il governo turco sta provvedendo a sbarrare anche questi fiumi tramite il GAP. Sostenendo la diga di Ilisu tramite le loro agenzie di credito all’esportazione, i governo europei si renderebbero corresponsabili della violazione di un accordo internazionale, quale la “UN Convention on Non-navigational Use of Transboundary Watercourses”, del 1997 e di accordi bilaterali tra Turchia, Iraq e Siria.

Nel 1999 il governo siriano, con l’appoggio della Lega Araba, ha richiesto l’intervento della comunità internazionale ed ha invitato il governo svizzero a non sostenere un progetto dagli impatti catastrofici. Il governo iracheno ha già espresso forti preoccupazioni per quanto concerne la diga di Ilisu anche a causa dell’assenza di dati certi e pubblici sull’impatto dell’invaso ed il piano di gestione delle acque previsto dal governo turco.

Vale la pena di ricordare che Turchia ed Iraq hanno sottoscritto un protocollo bilaterale relativo alla regolazione delle acque del Tigri e dell’Eufrate e dei loro affluenti come annesso al Trattato di Amicizia e Buon Vicinato tra Iraq e Turchia firmato nel 1946 ed entrato in vigore nel 1948. L’Iraq ha già sottolineato pubblicamente come la Turchia abbia violato l’art. 5 di tale Protocollo, iniziando i lavori preliminari per la diga di Ilisu, senza previa comunicazione alle autorità irakene. L’art. 5 del Protocollo infatti stabilisce quanto segue:” Turkey shall keep Iraq informed of its plans for the construction of conservation works on the Tigris and Euphrates or their tributaries in order that these works may as far as possible be adapted, by common agreement to the interests of both Iraq and Turkey”.

IMPATTI AMBIENTALI
Nonostante il governo inglese e tutti gli altri governi europei le cui agenzie di credito all’esportazione stanno valutando il sostegno finanziario al progetto abbiano invece firmato il 25 giugno 1998 la UNECE “Convention on Access to Information, Public Participation in Decision-making and Access to Justice in Environmental Matters”, fino ad oggi la valutazione di impatto ambientale, completata nel 1998 dalla svizzera Hydro Concepts Engineering su commissione della stessa Sulzer coinvolta nel progetto, non è stata ancora resa pubblica. In ogni caso il governo inglese ha respinto tale studio dopo averne commissionato una revisione critica alla compagnia di consulenza inglese Environmental Resources Management. Nonostante le promesse dell’ex Ministro al Commercio inglese Wilson, anche tale studio critico non è mai stato reso pubblico.

Secondo la Balfour Betty ulteriori azioni di mitigazione sono in via di considerazione nella nuova VIA; il Segretario di Stato inglese per il commercio e l’industria Byers si è impegnato pubblicamente nei mesi scorsi alla pubblicazione della nuova VIA prima che qualsiasi decisione sul progetto sia presa. Atteso per la fine del 2000, il documento sembra essere stato consegnato alle autorità turche, ma non ancora alle agenzie di credito all’esportazione. Secondo quanto ci è dato sapere, il documento non sembra considerare l’impatto ambientale cumulato del progetto di Ilisu e di quello di Cizre come richiesto dalle organizzazioni non governative, né includere molti elementi considerati dagli standard internazionali in materia.

Secondo alcuni analisti indipendenti, gli effetti ambientali del progetto includerebbero l’annullamento delle piene stagionali a valle da cui dipendono ecosistemi e sistemi agricoli, una rapida sedimentazione che ridurrebbe di molto la vita operativa dell’impianto e causerebbe l’erosione del letto del fiume a valle della diga. La presenza del bacino di Ilisu porterà ad un peggioramento delle condizioni igieniche in tutta la regione visto che gran parte delle città della regione (Diyarbakir e Barman) non dispongono affatto di reti fognarie. I nuovi impianti di trattamento delle acque pianificati e in parte finanziati consentirebbero la copertura soltanto di una parte della popolazione; in ogni caso si verificherebbe una forte diminuzione di ossigeno nel bacino e l’innalzamento delle falde acquifere. E’ importante, infine, ricordare gli effetti connessi all’eutrofizzazione e all’inquinamento delle acque del Tigri, e le conseguenze in termini di diffusione di malattie (waterborne.- diseases) quali malaria e leishmaniosi, rischi ammessi dallo stesso consorzio per la costruzione di Ilisu.

Secondo un recente rapporto della World Health Organisation, la malaria sta facendo la sua ricomparsa nel sud-est della Turchia proprio a causa del GAP. Infatti, l’istituzione del sistema delle Nazioni Unite sostiene che questo progetto ed i cambiamenti sociali a questo associati “have contributed to the increased risk of malaria now facing Turkey”.

REINSEDIAMENTO E CONSULTAZIONE
Dal risultato di due visite svolte dalla Campagna nell’area di Ilisu nel corso del 2000, risulta evidente che le comunità locali che subiranno gli impatti sociali ed ambientali del progetto non sono mai state veramente consultate, e le condizioni nella regione sono tali da non rendere neanche ipotizzabile un processo di consultazione pubblica secondo gli standard internazionali. Infatti, tutt’ora i militari in Turchia, che controllano l’area del sud-est del paese con postazioni indipendenti dal governo turco, rappresentano una forza dominante nel paese.

E’ importante ricordare le difficoltà incontrate durante le missioni delle organizzazioni non governative e dei mezzi di stampa ufficiali ed indipendenti nel contattare le popolazioni locali vista la costante presenza della polizia. Le poche persone che si sono fatte avanti hanno sottolineato come già il semplice fatto di parlare ai membri delle delegazioni rappresenti un forte rischio per la loro incolumità. Numerose persone intervistate in privato hanno dichiarato la loro netta opposizione al progetto.

Di fronte alla lacune della prima valutazione di impatto ambientale del progetto, uno studio specifico sul reinsediamento fu commissionato dal Ministro del Commercio inglese Caborn ad un esperto indipendente inglese di sviluppo sociale. Anche in questo caso, nonostante le promosse di pubblicazione del ministro, il documento è rimasto confidenziale. Sotto la pressione delle ACE finanziatrici il governo turco ha commissionato nel marzo 2000 un piano di reinsediamento per Ilisu alla compagnia privata turca SEMOR – the Seminar Organization Consultancy and Travel Company. Secondo le informazioni in possesso della Campagna la SEMOR è principalmente un’agenzia di turismo (il cui motto è “la vostra felicità è il nostro successo”) che ha elaborato soltanto una volta nella sua storia un piano di reinsediamento nel caso della diga di Thantali, sempre in Turchia. Come concordato il piano è stato completato entro sei mesi; quindi è stato sottoposto alla revisione effettuata dalla consulente turca di Banca mondiale Ayse Kudat su mandato delle ACE finanziatrici.

A differenza di quanto dichiarato originariamente dalle compagnie del consorzio di Ilisu, che prevedevano soltanto 12.000-16.0000 sfollati e della stima della stima di 36.000 persone contenuta nello studio commissionato dal governo inglese, il rapporto Kudat parla di 78.000 persone che saranno potenzialmente interessate dal progetto, di cui una parte consistente è stata già evacuata con la forza dall’area di Ilisu nel corso della guerra in Kurdistan negli ultimi 15 anni. Secondo le organizzazioni turche per la difesa dei diritti umani, ben 50.000 persone sono state costrette a lasciare l’area di Ilisu e tornerebbero volentieri se adeguate condizioni di sicurezza fossero loro garantite. Ben 68 villaggi saranno sommersi dalle acque ed altri 57 parzialmente coperti.

A differenza di quanto dichiarato dal rapporto Kudat, le missioni indipendenti sul campo hanno confermato che persino le autorità locali, inclusi i sindaci delle principali città della zona, non sono state ancora consultate in violazione di quanto richiesto dalle ACE. Le consultazioni con le comunità locali, quando effettuate, sono state falsate dalla presenza dei militari e delle forze di polizia. Infine, le indagini sulle attuali condizioni socio-economiche della popolazione, mirate alla definizione delle compensazioni, sono state condotte in maniera parziale ed approssimata.

I termini della compensazione non sono stati ancora annunciati e saranno decisi soltanto quando inizierà la costruzione della diga. La natura del sistema legale turco, le norme relative al risarcimento e le condizioni nella regione sono tali da suggerire che le possibilità di un equo risarcimento/compensazione sono molto scarse. In particolare, la legislazione in materia di proprietà fondiaria ancora riconosce il sistema del grande latifondo, e manca del tutto la volontà politica da parte del governo centrale di attuare un’effettiva riforma agraria che riconosca ai contadini ed alle popolazioni locali il diritto alla proprietà della terra. In tali circostanze risulta impossibile valutare l’entità del risarcimento per la perdita di terre che ai sensi della legge non risultano essere di proprietà di coloro che verranno reinsediati. Inoltre, l’ assenza di un piano adeguato di reinsediamento, ed i dubbi che un tale piano sia messo a disposizione del pubblico in tempo utile, escludono ogni possibilità di reinsediamento efficace delle comunità coinvolte. L’esperienza di coloro che sono stati già reinsediati da altri progetti del GAP non offre affatto garanzie sul rispetto dei diritti delle comunità interessate negativamente dal progetto. Nel recente caso di Birecik, il riempimento del bacino è iniziato senza che gli abitanti di molti villaggi della zona da evacuare venissero avvertiti!

Ogni ipotesi di monitoraggio indipendente del progetto di Ilisu, così come suggerita da alcune agenzie di credito all’esportazione e compagnie coinvolte nel progetto, è al momento irrealistica. In diverse occasioni le autorità turche che gestiscono il GAP hanno già mostrato di non gradire la possibile presenza di un organismo che possa decretare la sospensione del progetto in presenza di eventuali violazioni degli accordi nell’area interessata.

LE ALTERNATIVE MAI CONSIDERATE
Il consorzio di Ilisu non ha mai considerato le possibili alternative al progetto sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta. Il progetto idroelettrico di Ilisu rimane un progetto enormemente costoso, lì dove la rete elettrica turca presenta grandi perdite ed esistono ancora grandi margini di miglioramento dell’efficienza degli impianti di produzione esistenti e degli usi finali dell’energia nel paese. Inoltre, non sono state considerate affatto le opzioni di impianti da fonte rinnovabile diversi dalle dighe, come il solare fotovoltaico o gli impianti a gas a ciclo combinato che presentano rendimenti molto elevati e costi di installazione di gran lunga inferiori a quelli dell’idroelettrico. Ad esempio, nel novembre 1998 il governo svizzero ha garantito i contratti per la costruzione dell’Ankara gas power project, i cui costi di 380.000 USD per MW istallato sono un terzo di quelli di Ilisu. Ricorrendo a soluzioni di questo tipo nell’area di Marmara il governo turco ha rinunciato definitivamente al progetto nucleare di Akkuyu per aumentare la produzione elettrica del paese.

Quindi Ilisu non è un investimento economico e razionale per dare una risposta ai bisogni energetici turchi, mentre sembra motivato soltanto dagli interessi geo-politici del governo turco nel sud-est dell’Anatolia e da quelli delle compagnie costruttrici di dighe.

In ogni caso il governo turco sulla base delle condizioni attuali nell’area di Ilisu non è in grado di soddisfare le quattro condizioni imposte dalle ACE finanziatrici del progetto per la concessione dei prestiti e delle garanzie richieste dalle compagnie e gli investitori del progetto.