Progetti Mammut
Il governo svizzero dice sì ad Ilisu (28.03.07)
Presa di posizione pubblica della DB (29.03.2007)
1) Quali sono i motivi per cui la DB si oppone al progetto di Ilisu?
La diga avrà un impatto diretto sulla vita di più di 50 mila persone, che perderanno casa, terra e attività economiche. Ilisu creerà un lago artificiale di 313 km2, che sommergerà la città antichissima di Hasankeyf e ca. 200 siti archeologici. Lo studio di impatto ambientale commissionato dal consorzio si è rivelato lacunoso e contraddittorio, e nel dicembre scorso è stato elaborato assieme alla Turchia un catalogo di condizioni supplementari da rispettare che tuttavia fino ad oggi non è stato reso pubblico, dimostrazione di una totale mancanza di trasparenza.
Gli effetti di questo gigantesco progetto, in termini di costi sociali, ambientali e culturali sono inaccettabili, e come ha detto il portavoce locale della campagna contro la costruzione della diga di Ilisu (Ercan Ayboga), non esistono misure accompagnatorie che possano compensare anche solo in parte le conseguenze estremamente negative.
È per questo che siamo molto delusi dalla decisione presa dal nostro Governo, che ha deciso di approvare la garanzia di 225 milioni di franchi contro i rischi di esportazione per un progetto che qui da noi non si sarebbe mai potuto fare perché non rispetta minimamente gli standard richiesti.
2) Le garanzie delle autorità turche: circa un miliardo di franchi per aiutare gli abitanti della città di Hasankeyf e dei suoi dintorni a insediarsi in nuove aree, non vi sembrano sufficienti?
In effetti si parla di 2 miliardi di franchi per tutte le misure accompagnatorie, dei quali 800 milioni previsti per il reinsediamento degli sfollati. Il problema non è solamente quanti soldi vengo investiti, bensì come vengono utilizzati. Se i piani di reinsediamento sono cattivi i soldi non avranno alcun effetto benefico. Il fatto che la popolazione locale non è stata sufficientemente coinvolta nel processo decisionale, addirittura i sindaci delle principali località toccate non sono stati consultati per definire i piani di reinsediamento, è un fatto molto grave. Gli stessi piani elaborati in un primo tempo avevano sollevato molte critiche e non rispettavano gli standard della Banca Mondiale, per cui anch’essi hanno dovuto essere rivisti e sottoposti a condizioni supplementari, che purtroppo sono però segreti. Una cosa è certa, ancor oggi la popolazione locale non ha nessuna idea del luogo in cui verrà trasferita e di come potrà procurarsi di che vivere. I posti di lavoro creati durante la costruzione della diga sono solamente temporanei e occuperanno una minima parte degli sfollati. A questo proposito, che possibilità concrete avrà a medio-lungo termine la maggior parte della gente?
Inoltre l’esperienza di altri progetti idroelettrici già realizzati, come quello di Birecik sul fiume Eufrate vicino al confine siriano, ci indicano che il scetticismo e le critiche delle ONG sono più che giustificate. Il progetto di Birecik secondo le autorità turche doveva diventare il modello per i nuovi progetti del GAP in termini di minimizzazione degli impatti sociali ed ambientali, ma si è tradotto in un disastro per le comunità locali, molte promesse non sono state mantenute e sotto le acque del bacino è scomparsa l’antichissima città romana di Zeugma.
3) Secondo quanto comunicato dal Consiglio Federale, le misure accompagnatorie per la protezione dei beni culturali e sociali sono assicurate. Questo vuol dire che rispetto alla bocciatura del 2002, quando le assicurazioni non vennero date, è cambiato concretamente qualcosa... o è solo cambiato il contesto e la possibilità di fare utili?
In effetti non è cambiato molto. Nel 1997 il governo turco diede l’incarico di costruzione ad un consorzio di imprese internazionali. Ben presto il progetto trovò una fortissima opposizione e sotto la pressione delle ONG e della resistenza della popolazione locale, le aziende e gli investitori coinvolti, tra cui l’UBS, nel 2001/2002 gettarono la spugna. Tra l’altro c’è da far notare che l’idea del governo turco di un grande progetto idroelettrico nella regione risale addirittura agli anni 50’.
Ebbene, nel 2005, dopo che tutti pensavano che il piano di costruzione fosse stato definitivamente affossato, si è formato un nuovo consorzio di imprese austriache, tedesche e svizzere, che hanno portato avanti le trattative con il governo turco ed hanno poi cercato il sostegno dei rispettivi governi. Il problema è che tutti i motivi di controversia e preoccupazione che avevano fatto cadere il progetto nel 2002 sono ancora attuali. Non abbiamo nessun motivo per essere ottimisti e credere che verranno rispettati tutti gli standard ambientali e sociali, oltretutto siamo all’oscuro di quali condizioni sono veramente state poste alla Turchia nel dicembre scorso.
Un ulteriore critica riguarda l’assenza di rappresentanti locali e di ONG nel gruppo di accompagnamento responsabile di vigilare sulla corretta metta in atto delle misure concordate.
Non dimentichiamoci inoltre che con la diga di Ilisu la Turchia controllerà la portata dei fiumi Tigri ed Eufrate, cioè l’afflusso d’acqua verso Iraq e Siria, quando tuttora non esise un accordo formale tra i tre Paesi riguardante la suddivisione delle acque. Questa è una ulteriore possibile fonte di conflitto in una regione già notoriamente instabile.
4) Il GAP (il mega progetto 22 dighe, 19 centrali) costituisce il primo esempio di un piano di sviluppo economico regionale per le regioni dell'Anatolia sud-orientale, di solito ignorate dall'intervento dello stato turco. Queste dighe portano sviluppo!
Esempi già esistenti smentiscono questa affermazione. La natura dei grossi impianti idroelettrici – che richiedono molti capitali, molto tempo per essere costruiti, che sono centralizzati e dipendono da grandi centri per la domanda e da linee di trasmissione lunghe, costose e spesso inefficienti – fa sì che siano particolarmente inappropriati per soddisfare le esigenze delle aree rurali e meno servite.
Circa il 4% delle terre del Ghana sono sommerse sotto il più esteso bacino idrico del mondo – tuttavia il 70% della popolazione locale non ha accesso all’elettricità. Il secondo bacino idrico più esteso al mondo, il Kariba, è diviso tra Zambia e Zimbabwe. Però solo un quinto dei zambiani ed un quarto degli abitanti dello Zimbabwe hanno accesso all’elettricità. Il Paraguay possiede la metà della più potente centrale idroelettrica del mondo, Itaipù, tuttavia quasi la metà dei paraguaiani non ha l’elettricità.
Generalmente la pianificazione e l’implementazione dei progetti di grandi impianti idroelettrici sono dominate da consulenti ed imprese stranieri. Le maggior parte delle popolazioni di questi paesi, a basso reddito, vedono molto pochi dei benefici derivanti dai progetti dei grandi impianti idroelettrici.
È inoltre ingenuo credere che il governo turco, che ha da sempre discriminato le regioni del sud-est a maggioranza curda, di colpo cambi attitudine e sostenga un progetto così costoso con il fine di promuovere lo sviluppo economico di queste regioni. Se davvero ci saranno dei benefici, questi toccheranno soprattutto le regioni occidentali del Paese già più avanzate e non il sud-est più arretrato.
5) "Facciamo vivere Hasankeyf" è una campagna per salvare questa cittadina dove vivono 12'000 anni di storia. Però è una cittadina poverissima dove da decenni l'incertezza della costruzione della diga ha portato ancora più povertà... che soluzioni proponete voi? Si può costruire il GAP salvando anche Hasankeyf evitando che venga sommersa sia dall'acqua che dalla povertà?
Noi sosteniamo che invece di puntare su questi grandi progetti, di cui ho già spiegato gli svantaggi (cari e inefficienti), bisognerebbe investire in piccoli impianti decentralizzati che portano molti più benefici nelle zone rurali. Questi impianti possono essere idroelettrici o di fonti rinnovabili come il solare, l’eolico o il biogas, di cui tra l’altro esistono già esempi funzionanti, anche nella stessa Turchia.
Tra i principali benefici di questi impianti decentralizzati è che con essi si creano delle unità di produzione piccole e geograficamente sparse che possono essere fisicamente vicine all’utente. Ciò minimizza i costi di trasmissione, le perdite di potenza e le preoccupazioni per l’affidabilità della rete e diffonde i benefici di sviluppo economico a livello locale associati con la costruzione dei progetti e l’accesso all’energia.
La Commissione delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile ha identificato l’accesso a servizi energetici come un elemento essenziale per lo sviluppo sostenibile. La Commissione ha affermato che per realizzare l’obiettivo di sviluppo delle Nazioni unite di dimezzare la povertà entro il 2015 uno dei requisiti è l’accesso a servizi energetici a buon prezzo. In questo senso dei piccoli impianti decentralizzati possono contribuire in modo notevole, e sicuramente meglio rispetto a progetti mastodontici come quello di Ilisu, alla riduzione della povertà e garantire l’accesso all’energia anche nelle aree rurali.
Quindi Ilisu non è un investimento economico e razionale per dare una risposta ai bisogni energetici delle popolazioni locali, bensì sembra motivato soltanto dagli interessi geo-politici del governo turco nel sud-est dell’Anatolia e da quelli delle compagnie costruttrici di dighe.
(Dibattito con Fabrizio Cioldi e Pietro Veglio, RSI-Rete 1)

