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I nostri abiti ... insanguinati!!  (13.04.06)
Tre tragedie in una settimana nelle imprese tessili in Bangladesh: morti, feriti e distruzione per produrre indumenti a prezzi sempre più stracciati

In Bangladesh tre diversi incidenti, avvenuti alla fine di febbraio, hanno provocato centinaia di morti e di feriti, secondo quanto hanno denunciato le organizzazioni internazionali e i sindacati. “Si tratta dell’ennesimo gravissimo atto di una tragedia annunciata; ancora una volta uomini e donne muoiono per cucire i vestiti che indossiamo” ha dichiarato Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, membro della coalizione internazionale Clean Clothes Campaign che da anni denuncia i rischi legati alla totale insicurezza dell’'industria tessile in Bangladesh.

La cronaca dei fatti
La sequenza tragica è cominciata giovedì 23 febbraio, quando le fiamme probabilmente causate da un corto circuito, hanno distrutto la KTS Textile Industries di 4 piani, situata a Chittagong. Le prime dichiarazioni riportano 54 morti e 60 feriti ma altre fonti parlano di centinaia di morti in quella che gli attivisti locali, impegnati nella difesa dei diritti dei lavoratori, definiscono la più grave tragedia dell’industria tessile in Bangladesh. Più di 1.000 lavoratori erano presenti in azienda alle 7 di sera, al momento dello scoppio. Secondo i lavoratori, le uscite erano chiuse a chiave.

L’azienda produceva per imprese statunitensi come Uni Hosiery, Mermaid International, ATT Enterprise e VIDA Enterprise Corp. Nel frattempo le autorità locali hanno apparentemente sequestrato altre tre aziende collegate (Vintex Fashion, Cardinal Fashion e Arena Fashion), a causa di costruzioni non autorizzate e misure di sicurezza inadeguate che minacciavano la vita di più di 6.000 lavoratori.

Sabato 25 febbraio, 19 persone sono morte e 50 sono rimaste ferite nel crollo di un edificio di 5 piani a Dhaka. Il Phoenix Building nella zona industriale di Tejgaon è crollato in seguito alla ristrutturazione non autorizzata atta a convertire i piani superiori, che ospitavano uffici e varie imprese inclusa una tessile, in un ospedale privato con 500 posti letto. 150 lavoratori edili ed un numero imprecisato di lavoratori tessili erano nell’edificio al momento del crollo. Nei giorni che hanno seguito la tragedia, centinaia di attivisti hanno marciato a Dhaka, chiedendo il risarcimento
per le famiglie delle vittime e delle sanzioni per i proprietari delle imprese. La Phoenix Garments esporta abbigliamento principalmente in Europa. Lo stesso giorno a Chittagong, 57 lavoratori dell’Imam Group (che ospita la Moon Fashion Limited, la Imam Fashion,la Moon Textile, la Leading Fashion e la Bimon Inda Garment Factories) sono rimasti feriti a causa dell’'esplosione di un trasformatore. La ricerca della massima competitività nel mercato globale spinge le imprese a ridurre al minimo i costi, provocando l’erosione continua dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici collocati alla fine della filiera produttiva. Eventi come questi mettono in luce il totale fallimento della capacità delle imprese, a livello nazionale ed internazionale, di garantire luoghi di lavoro sicuri.

Profitti vincenti, diritti perdenti
L’industria dell’abbigliamento è sempre più mobile e senza scrupoli; nel settore dell’abbigliamento sportivo, in particolare, esistono contraddizioni stridenti ed inaccettabili. Le grandi marche spendono milioni di franchi per ingaggiare campioni sportivi disposti ad indossare indumenti con il loro logo. Poi spendono altre decine di milioni di franchi per finanziare campagne pubblicitarie che hanno lo scopo di associare i loro marchi all’idea di giovani forti e sani. Ma allo stesso tempo puniscono i giovani che cuciono i loro capi d’abbigliamento e che lottano per i propri diritti. Il Comitato olimpico internazionale (CIO) e la Federazione internazionale di calcio (FIFA) si danno da fare affinché i grandi eventi sportivi (come le olimpiadi e i mondiali di calcio) vengano percepiti come emblemi dell’equità, del fair play, del confronto in un contesto di regole severe, valide per tutti. Ma nelle fabbriche che lavorano per i loro sponsor vale solo la legge della giungla. Non ci sono leggi a tutela dei lavoratori che si rivolgono ai loro governi e alle grandi imprese proprietarie dei marchi, che obblighino le direzioni aziendali a negoziare i salari e le altre condizioni di lavoro in una situazione di parità. Molte multinazionali dell’abbigliamento sportivo ammettono che nella loro catena di produzione si praticano condizioni di lavoro ingiusto. In risposta alle critiche, hanno adottato codici di condotta che hanno portato miglioramenti di scarsa portata. Ciò che non viene apertamente riconosciuto è il ruolo che l’azienda stessa ha nel causare il problema. Come mostrano diversi studi, all’origine delle dure e vessatorie condizioni di lavoro e di sfruttamento nell’industria dell’abbigliamento sportivo c’è un modello commerciale concepito per portare i prodotti sul mercato nel modo più veloce ed economico. Per realizzare questo modello i fornitori devono essere in grado di rispettare tempi di consegna sempre più rapidi, mantenere bassi i salari ed essere flessibili allo scopo di rispondere alle oscillazioni di quantit à e di frequenza delle commesse da parte dei grandi marchi.
Non importa, se una maglietta sugli scaffali dei nostri negozi sia venduta a 15 o 150 franchi; in ogni caso il/la dipendente nella fabbrica in Salvador, in Vietnam o in Cina riceve solamente tra 5 e 50 centesimi di franco. È incomprensibile che le imprese si rifiutino di pagare salari minimi dignitosi in paesi dove i costi di produzione sono comunque bassissimi. All ’altro estremo della catena troviamo per contro gli sportivi di spicco, con stipendi da capogiro. Il calciatore inglese David Beckham ad esempio, ha sottoscritto un contratto a vita con Adidas che gli frutterà 161 milioni di dollari. Uno scandalo!

La campagna Clean Clothes
Fino a quando le marche d’abbigliamento e le case di moda non introdurranno standard sociali ed ambientali e ne controlleranno l’applicazione, l’impegno etico che esse promettono e pubblicizzano rester à una vera e propria farsa. Da 15 anni la «Clean Clothes Campaign» (CCC) s’impegna a livello internazionale per abiti prodotti con dignità. In Svizzera la CCC è coordinata dalla Dichiarazione di Berna. Quest’anno vi saranno delle azioni informative e di sensibilizzazione legate allo sport ed in particolare ai prossimi mondiali di calcio in Germania.
Per ulteriori inf ormazioni: www.cleanclothes.ch