Conferenza ONU sul finanziamento dello sviluppo
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Conferenza stampa dell’11.03.02 : Intervento di Christine Eberlein (DB)  (11.03.02)
La Conferenza internazionale sul finanziamento dello sviluppo rinuncia a delle autentiche opportunità in materia di commercio e di flussi finanziari privati
“Il commercio internazionale è il motore dello sviluppo”, in questi termini il famoso consenso di Monterrey enuncia le prospettive per il futuro. Il titolo rivela che il leit-motiv resterà “Continuiamo come abbiamo sempre fatto!”. Naturalmente non si parla di modificare la dottrina neo-liberale, nata ormai da qualche anno in collegamento con le istituzioni di Bretton Woods, e che ha pesanti conseguenze sui più sfavoriti e sull’ambiente. E attenzione a quelli che non vi aderiscono : gli Stati Uniti non ci mettono molto a rimetterli sulla “retta via”!

Il commercio appare come una formula magica da cui ci si aspetta non solo che rilanci lo sviluppo al Nord come al Sud, ma anche che metta un freno alla recessione mondiale. Non è comunque integrando un sempre maggior numero di paesi nel commercio mondiale che lo si rende più equo. In ogni caso l’espressione “fair trade” non figura nemmeno una volta nell’insieme del documento.

La Dichiarazione di Berna non contesta il fatto che il commercio giochi un ruolo importante nel finanziamento dello sviluppo. Da molti anni però noi vogliamo sottolineare che le possibilità offerte dal commercio internazionale variano rispetto al paese a cui sono applicate e che esse devono essere considerate con il discernimento che si impone. I paesi in via di sviluppo devono avere il diritto di difendersi contro le importazioni a basso prezzo, provenienti dai paesi del nord, che annientano i loro mercati. Sono soprattutto i piccoli contadini che ne subiscono le conseguenze. La nostra richiesta fondamentale - che è quella di studiare, prima di ogni nuova iniziativa commerciale, le ripercussioni degli accordi esistenti dell’OMC sulle donne e sulla popolazione più povera - non è stata presa in conto. Il consenso di Monterrey rinuncia a far procedere l’analisi empirica dai risultati di questo tipo di studi.

Apparentemente i delegati della conferenza non leggono i rapporti annuali della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (CNUCED). Secondo l’ultimo rapporto, infatti, non è certo che l’Africa tragga dei vantaggi dalla partecipazione al sistema di commercio internazionale. Questo rapporto sostiene d’altra parte che molti stati africani o sudamericani hanno già liberalizzato il loro commercio estero nel contesto delle misure d’allineamento strutturali imposte dalla Banca Mondiale e dal FMI. La pressione della concorrenza internazionale ha spesso portato a diminuzioni dei redditi per i produttori locali del sud, che hanno ostacolato a loro volta lo sviluppo a lungo termine della produttività.

Al contrario numerosi paesi del Nord non sono pronti ad aprire i loro mercati ai prodotti del Sud. Nei settori tessile e agricolo, i paesi in via di sviluppo perdono ogni anno circa 100 miliardi di dollari di reddito – che guadagnerebbero grazie all’esportazione - a causa delle limitazioni alle importazioni imposte dagli Stati industrializzati. Noi pensiamo che l’accesso di merci in franchigia doganiera e fuori quota che l’UE e la Svizzera hanno fortunatamente deciso, deve riposare su basi contrattuali, altrimenti non può avere alcun valore. Nemmeno questo è stato adottato nel programma di consenso di Monterrey.

La liberalizzazione del commercio tende intrinsecamente verso un’intensificazione delle esportazioni, ciò non deve però portare ad una riduzione della produzione agricola destinata al mercato interiore e a una degradazione della situazione per le popolazioni autoctone. Ci sono numerosi paesi in via di sviluppo che non possono sfruttare le loro teoriche opportunità di esportazione per mancanza di capacità tecniche. Anche il consenso di Monterrey lo riconosce e domanda a tutti i donatori di intensificare e coordinare i loro sforzi in questo senso. La Dichiarazione di Berna chiede che l’aiuto tecnico e finanziario non possa essere impiegato dall’OMC per esigere dai paesi più poveri che facciano delle concessioni, obbligandoli per esempio a privatizzare dei servizi pubblici o ad accettare di integrare dei nuovi settori (investimenti, regole di concorrenza o di approvvigionamento pubblici).

Secondo il consenso di Monterrey, i flussi finanziari privati e gli investimenti esteri diretti sono armi di uguale importanza per combattere la povertà. Si legge nel capitolo Flussi finanziari privati : “I paesi devono raddoppiare i loro sforzi per instaurare un clima di investimento trasparente, stabile e prevedibile, nel quale siano rispettati sia i contratti che i diritti alla proprietà”. Perché le imprese devono poter operare in modo « efficace e con profitto ».

Sfortunatamente, il leit-motiv del consenso sembra essere il seguente : “I benefici al settore privato, le spese allo Stato”. La priorità è dunque quella di difendere i diritti dei grandi gruppi internazionali e non quelli dei più sfavoriti dei paesi del sud.
Sembra quasi che i rappresentanti dei governi non abbiano mai sentito parlare degli effetti negativi degli investimenti esteri diretti al Sud. Alcuni villaggi nigeriani soffrono ancor oggi dell’inquinamento di nafta causato dalla Shell, senza dimenticare Bhopal o il caso più recente della Papuasia-Nuova Guinea, dove la legislazione nazionale è stata modificata in modo che la popolazione non si possa più difendere dalla distruzione massiccia dell’ambiente causata da una impresa mineraria internazionale.

Quasi sempre i vantaggi degli investimenti esteri sono fondati sul mito secondo cui essi apportano capitali e posti di lavoro. Invece questo argomento dimentica che il carattere intrinseco di ogni investimento è quello di massimizzare i profitti. Per ogni investimento estero il capitale è dapprima fuggito, poi è stato rinvestito. Una certa utilità per i paesi si può vedere solo nel caso dei “mercati emergenti”. I paesi più poveri tra quelli in via di sviluppo sono invece completamente esclusi dagli investimenti diretti oppure utilizzati come paesi-serbatoio di manodopera a basso costo.

Ma, di tutto questo, il testo di Monterrey non fa menzione. Quasi tutti i governi hanno rifiutato di dare un fondamento giuridico alle obbligazioni e agli standard imposti agli investitori stranieri, come avevano domandato le ONG e i sindacati. Le referenze alle direttive dell’OCDE che concernono le imprese multinazionali e l’idea di un codice di condotta per le società transnazionali sono stati cancellati. Le imprese sono state semplicemente invitate a “tener conto”, oltre che delle conseguenze economiche e finanziarie delle loro attività, anche del loro impatto sull’ecologia, sullo sviluppo, sulle condizioni sociali in generale e sulle donne. Il fatto di scegliere, per redigere il consenso, un lessico sprovvisto di ogni qualsivoglia carattere coercitivo basta a mostrare che i diritti dei poveri e dei lavoratori non sono presi sul serio.

Noi invitiamo dunque la Svizzera ad approfittare della sua entrata nell’ONU e a richiedere degli studi empirici sull’utilità e sugli effetti nefasti sullo sviluppo degli investimenti esteri diretti. Non abbiamo bisogno di sponsor privati per l’aiuto allo sviluppo, ma dobbiamo far passare in primo piano i diritti e gli interessi dei più poveri. In conclusione, ci vogliono a questo scopo delle regole coercitive per gli investimenti e delle pratiche novatrici di finanziamento.