Chi ha la responsabilità?
Il problema del lavoro e della schiavitù minorili nelle piantagioni di cacao è stato riconosciuto ufficialmente solamente nel 2001. Da allora l'industria, i governi coinvolti, le istituzioni internazionali e i consumatori si scaricano vicendevolmente la responsabilità per trovare una soluzione.
Né il rapporto UNICEF del 1998 né il Rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato statunitense del 2000, che denunciarono le condizioni di lavoro miserabili nelle piantagioni di cacao dell'Africa occidentale (in particolare lo sfruttamento di bambini in Mali, Burkina Faso e Togo), sortirono effetti degni di nota. Successivamente alcuni articoli di denuncia scatenarono alcune reazioni di enorme sdegno da parte dell’opinione pubblica.
Il protocollo sul cacao
Ad un tratto l'industria del cioccolato si trovò sotto pressione. Negli Stati Uniti venne lanciata una proposta di legge per cui solamente le industrie che erano in grado di garantire una produzione di cioccolato "esente" da lavoro minorile avrebbero ricevuto il marchio di qualità «no-forced-labor». Per evitare che si arrivasse a tanto, l'industria del cioccolato aderì ad un accordo internazionale che coinvolse anche governi e produttori locali affinché sull’arco di 4 anni (fino al 2005) si potesse porre fine alle forme più gravi di sfruttamento minorile e si iniziasse un processo per la certificazione dei prodotti in questo settore. I maggiori produttori di cioccolato a livello mondiale firmarono allora il cosiddetto «Harkin Engel Protocol».Obiettivi non raggiunti
Da questo protocollo scaturirono diverse iniziative. Venne creata la fondazione International Cocoa Initiative (IC) e l'Istituto internazionale per l'agricoltura tropicale (IITA) fece dei rilevamenti nelle regioni di produzione di cacao, i quali confermarono condizioni di lavoro spaventose. In seguito si diede inizio a progetti pilota, furono testati sistemi di verifica e implementati progetti di intervento. Il tutto però senza alcun esito. Nel 2005 l'industria chiese di prolungare il termine per il raggiungimento degli obiettivi fino all'estate 2008. Ma, fino a giugno 2008 non era comunque successo granché così che il termine è stato ulteriormente spostato alla fine del 2010.Sebbene oggi l'industria del cioccolato sostenga che i processi di certificazione procedano in modo soddisfacente, che il 50% dei dati richiesti in Costa d'Avorio e in Ghana siano già stati raccolti e che i progetti da 15 milioni di dollari siano stati implementati con successo, nel suo Rapporto del 2008 l'università di Tulane constata che la stragrande maggioranza dei bambini (95% in Ghana e 98% in Costa d'Avorio) che vive nelle regioni dove si concentrano le piantagioni di cacao non ha mai sentito parlare di questi progetti di intervento.
L'impegno dell'OIL
Anche l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) si è data da fare creando il Programma internazionale per l'eliminazione del lavoro minorile (IPEC). L'IPEC ha potuto partecipare, invitata dall'industria del cacao e del cioccolato, a diversi processi consultivi proponendo attività concrete e misure da attuare per porre fine a questa situazione scandalosa. Parallelamente a ciò, tra il 2003 e il 2006, è stato portato avanti il Programma conosciuto come "West Africa Cocoa and Commercial Agriculture Project to Combat Hazardous and Exploitative Child Labour" (WACAP).Le belle promesse dell'industria del cioccolato
I fabbricanti di cioccolato si nascondono dietro al cofinanziamento di progetti pilota che hanno lo scopo di modificare le pratiche dei contadini, senza che essi debbano modificare le proprie. Fintanto che l'industria non sarà disposta a cambiare le proprie pratiche commerciali e a pagare prezzi corretti e dignitosi ai contadini, oltre che a stipulare contratti formali con i produttori che rispettano le convenzioni 138 e 182 dell'OIL, questi progetti non potranno mai raggiungere gli obiettivi di sostenibilità che si sono posti.Bibliografia:
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